Derek Hood
Udine, palasport “Primo Carnera”, l’arena principale della pallacanestro friulana, metà febbraio 2001, sera, freddino fuori.
L’allenatore della neopromossa Snaidero basket, Matteo Boniciolli, osserva perplesso da bordo campo la strutturazione della sua squadra, considerando che, senza l’infortunato Thalamus McGhee, manca un uomo d’area che risolva il problema dei rimbalzi. Rispedito al mittente il bizzarro John Strickland, protagonista della più indimenticabile comparsata della storia della pallacanestro udinese, il coach capisce che serve un pivot.
Come al solito, il responsabile incaricato delle trattative di mercato era il navigato giemme Giancarlo Sarti, che si mise in caccia. Per tre giorni, i giornali locali s’ingegnano per cercare di ottenere, in anteprima o scoop che dir si voglia, il nome del giocatore. L’identikit tracciato da Boniciolli e Sarti è: americano, d’esperienza, soprattutto rimbalzista. Delle tre partite giocate dopo aver salutato Strickland, la squadra ne perde due, a Reggio Calabria e Siena, e vince la terza in casa con Montecatini, grazie a un clamoroso Charlie Smith da 34 punti e 7/16 da tre e al convincente Zacchetti, 10 punti e 9 rimbalzi contro Maceo Baston.
Proprio nel dopo-gara con Montecatini, vidi il prode Valerio Morelli, prima firma del basket del Messaggero Veneto, tuffarsi su internet per sfruculiare ogni tipo di sito e pagina possibile sul web per scoprire il nome del nuovo rimbalzista. Un’ora a scartabellare dati, poi due… Scrissi i miei pezzi sulla partita appena vinta dalla Snaidero e, poi, cominciai anch’io ad appassionarmi alla ricerca su internet. Estrapolammo una rosa di una decina potenziali candidati, cercando d’intuire chi avesse le caratteristiche più attinenti all’identikit… Dopo due ore e mezzo di lavoro, nelle quali ero venuto a conoscenza di nomi di giocatori dei quali ignoravo assolutamente l’esistenza, si sentì in televisione il patron Edi Snaidero, intervistato da Piero Villotta per il tiggì regionale di Raitre, che annunciava la firma del miglior rimbalzista della Aba.
Ohibò! E chi cacchio era questo miglior rimbalzista della Aba? E, soprattutto, perché cacchio Edi Snaidero lo annunciava così, se Giancarlo Sarti aveva eretto il solito muro di gomma sulla trattativa?
Tant’è… Bastò qualche clic ben assestato per scoprire che il miglior rimbalzista della Aba (una lega professionistica minore degli Stati Uniti) corrispondeva nientepopodimeno che a tale Derek Hood, atletone di 2.03, ottima ala all’Università dell’Arkansas, macchina da rimbalzi e prospetto da Nba.
Questo almeno a leggere gli scout, che spesso comunque esagerano.
In ogni caso, qualche mese prima Hood era stato inserito nel miglior quintetto di rookies della Cba, lega nella quale aveva giocato con i mitici Quad City Thunder, al ritmo di dieci rimbalzi a partita.
Nell’occasione, il giemme Sarti dichiarò: «Non è il centro di 2.10 che ogni allenatore sogna ma è un giocatore molto spettacolare, che salta tanto e prende molti rimbalzi: per una squadra come la nostra, di metà classifica, può essere l’ uomo giusto per creare nuovo entusiasmo».
“Ok, dai! Non sarà Hakeem Olajuwon, pare non sia un centro puro, ma alla squadra serve un rimbalzista. E questo salta e i rimbalzi li piglia!”: il pensiero di tutti fu improntato all’ottimismo.
Poi, il buon Derek scese dall’aereo e l’ottimismo andò progressivamente a spengersi……
Prima partita, qualche giorno dopo, in casa contro la Benetton, che in mezzo all’area aveva Marconato e… il pacioccone irlandese Alan Tomidy. Risultato? Udine perde 95-103, davanti a 4000 spettatori, almeno 500 dei quali provenienti dalla vicina Treviso. E Hood? 12 punti, in 19 minuti, con 6 falli subiti e 5 rimbalzi. Neanche tanto male… Ma se non bastarono neppure i 37 punti di Spider Smith per vincere, evidentemente c’era qualcosa che non andava.
Seconda partita, al palaDozza di Bologna, contro la corazzata Fortitudo di Myers, Basile, Meneghin, Fucka, Galanda, Zukauskas… Alla vigilia, chiamo proprio l’amico Gek per intervistarlo e presentare la partita: “Temiamo Charlie Smith e il nuovo Usa Hood“, mi afferma Galanda. Mah!
“Gek, capisco tutto, capisco che con la stampa si deve parlare così, ma l’avete mai visto ’sto Hood?? Mica è un fenomeno!” Risultato? La Snaidero incredibilmente, ma con merito espugna Bologna con una prestazione difensivamente perfetta, ma il nostro Derek evidenzia qualche incertezza: 3 punti e 5 rimbalzi in 14′. Soprattutto, non è in campo quando la partita si decide, segnale che coach Boniciolli non si fida troppo.
Terza partita, il derby in casa con Trieste, la più classica delle cartine di tornasole. 4500 spettatori calienti al palaCarnera, tensione delle grandi occasioni, adrenalina dappertutto. Due giorni prima, ricordo che intervistai in coppia Charlie Smith e Derek Hood, chiedendo loro delle rispettive esperienze in partite stracittadine, o derby: Smith mi confidò che incontri simili lo esaltavano e che si divertiva un casino a giocare con la gente che gli urlava nelle orecchie; Hood, senza mai cambiare espressione, mi disse che era una partita come le altre. “Ehi, Derek.. Fevelìn di Udin cuntre i triestìns e tu dìsis che jè une partite come simpri?! Sètu a puèst cul cit?”. Difatti: Trieste corsara al Carnera, i centri avversari Casey Shaw e Samuele Podestà combinano per complessivi 35 punti e 15 rimbalzi in coppia, mentre il tabellino di Hood dice zero punti in 9′, con un rimbalzo. Fu proprio un “gancio-cielo” di Sam Podestà in the paint, contro lo spaesato Hood, a convincere l’esterrefatto coach Boniciolli a toglierlo dal campo. Derek, non ci siamo proprio! Però, il ragazzo non rideva mai, aveva sempre quello sguardo a metà tra lo scazzato e il rincoglionito e si trascinava i piedoni come se fosse perennemente stanco.
Nei giorni successivi, i giornalisti locali cercarono di intercettare Hood, chiedendogli il perché dell’abulica prestazione anti-triestini, ma lui, insofferente e per nulla disposto a parlare, rispondeva con smorfie e manfrine insopportabili. Evidente che non gli garbava anche la gestione del suo minutaggio, ma nessuno gli concedeva il beneficio d’inventario.
Serviva, a quel punto, una prova d’orgoglio per far vedere se sia un giocatore vero oppure no: la risposta fu incoraggiante. A Verona, la Snaidero vince 85-95, con 15 punti e 12 rimbalzi di Hood, anche se forse contro i lunghi scaligeri Camata, Arigbabu e Corey Albano (mica Alonzo Mourning), qualcosa di buono l’avrei fatto anch’io.
Però, dai! la squadra era in corsa per i play-off, quindi andava tutto bene.
Quello di cui nessuno si capacitava era la ragione per cui quella Snaidero, in quel periodo, vinceva solo in trasferta e mai in casa.
Nella gara successiva riuscì a perdere il “derby delle cucine”, gara sempre sentita in modo particolare dal patron Edi, contro la Scavolini di un sontuoso Demarco Johnson, autore di 29 punti. E Derek? 12 punti e 9 rimbalzi, ma una difesa inesistente contro il dirimpettaio pesarese.
Fu quella l’ultima presenza di Derek Hood in maglia Snaidero, perché Thalamus McGhee era pronto a rientrare e lo sostituì per l’ultima e vittoriosa trasferta di campionato a Cantù. Al momento dei saluti, chiedemmo un’intervista di commiato al ragazzo, che aveva chiuso la sua esperienza friulana con 8.4 punti e 6.4 rimbalzi di media in 5 partite (due vinte in trasferta e tre perse in casa), ma offrendo un impatto evidentemente risibile: “I don’t wanna speak… I’m tired“. Era stanco e non voleva parlare.
Vabbè, mandi mandi Derek Hood, miglior rimbalzista della Aba, musone incallito. A dirla tutta, se proprio serviva, io avrei tenuto John Strickland: non si vinceva una partita di più, ma vuoi mettere lo spettacolo?!
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